Due partite
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Era il 1964 quando Mina cantava "È l’uomo per me" e quattro donne si incontravano intorno a un tavolo per confessare a se stesse che l’uomo che avevano sposato non era "fatto apposta" per loro nè "sapeva dire parole d’amore". Beatrice aspetta un figlio, divora libri e ha sposato un uomo che le scrive invece di parlarle, Claudia è la mamma perfetta di tre figli e la moglie devota di un marito fedifrago, Gabriella una musicista frustrata che ha lasciato il piano per la maternità e per favorire la carriera del marito, Sofia è la madre di una figlia indesiderata e la moglie di un marito disprezzato, che tradisce con l’amante nella casa dell’amore. Nella stanza accanto, le loro bambine giocano "alle signore", cullano bambole e ritagliano Grace di Monaco sulle riviste. Negli anni Novanta sono diventate donne e amiche intorno allo stesso tavolo. Sara, Cecilia, Rossana e Giulia sono figlie infelici di madri infelici che (ri)leggono Rilke e sognano "l’umanità femminile".
Scritto da Cristina Comencini, interpretato da otto attrici e diretto da Enzo Monteleone, Due partite è uno psicodramma dove gli uomini, motore di ogni discorso, non esistono nè compaiono mai in campo. Il regista padovano dirige con misura ed eleganza l’outing d’insofferenza di un gruppo di donne coinvolte in uno spazio discorsivo.
Quello che accade in Due partite è una serie di conversazioni interrotte, di confessioni, di reticenze, di dichiarazioni, intercalate da un montaggio quasi invisibile. Se la squadra di soldati di stanza lungo la linea del fuoco condivideva lo stesso buco nel deserto, sperando solo di ritornare a casa (El Alamein), dentro a un salotto borghese quattro donne giocano a carte, sognando di abbandonare le mura domestiche per decidere liberamente del proprio destino e della propria sessualità. Diviso in due tempi (storici) ma agito nello stesso luogo, Due partite è la storia di quattro madri e di quattro figlie culminante in una conclusione struggente che "guarda in macchina" chi ha dimenticato di guardare e di ascoltare. Silenzio e verbosità sono gli strumenti primari dell’arte drammatica impiegati da Enzo Monteleone per far convergere intorno a un tavolo e dietro le carte i destini di un campionario femminile sospeso tra il desiderio di maternità e il diritto di abdicarlo.
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